
“Chi no tira, mai sbalia”
Così diceva il grande filosofo jugoslavo (all’epoca) Vujadin Boškov.
E in quello che diceva c’era un certo rigore. Sì, esatto, quello inteso come rispetto delle regole, come comportamento austero e severo, ma parlava anche di quello dagli undici metri (suo anche un altro aforisma storico entrato di prepotenza nelle riviste di filosofia moderna: “Rigore è quando arbitro fischia”). Il rigore da battere, quello che fa battere il cuore del calciatore che si trova a tu per tu con il portiere e quello dei cinquantamila (ante-mascherine) allo stadio. Senza considerare i televisionisti da divano!
Due pali, una traversa, un portiere con le braccia come la dea Kalì e undici metri di infinito. Dal “dischetto” alla riga bianca, undici metri dove E = mc² non esiste, dove la data astrale dell’Enterprise si dilata, come le coronarie.
Un rigore. Una responsabilità da prendersi. Già, perché il rigore si può segnare, e allora vabbè, niente di eccezionale, ma si può sbagliare, e allora la colpa di una possibile sconfitta, per qualcuno, è di chi ha tirato il rigore.
E allora ci si nasconde, come le interrogazioni a scuola, come le interrogazioni della vita.
Sei il rigorista della tua vita?
Quando c’è un rigore, ti offri per tirarlo o preferisci non sbagliare?
Potresti aver ragione:
“Chi no tira, mai sbalia”
Così diceva il grande filosofo Vujadin Boškov.
Magari eviti di perdere. Magari pareggi o, addirittura, qualcun altro può segnare per te.
Quanti rigori hai sbagliato nella vita? E quanti ne hai segnati?
Ti ricordi di quando hai sbagliato alla grande? E mi racconti qual è stato un rigore in cui ti sei preso la responsabilità e hai fatto il primo passo verso quel pallone? E com’è stato quando hai fatto gol?
Raccontacelo. Come quelle interviste in tv che fissano quei momenti per l’eternità.
Ogni scelta è un dischetto. Ogni occasione, una porta da guardare in faccia.
Se da un po’ senti che è il tuo momento, fai un passo avanti.
A volte il coraggio non è segnare… è solo decidere di tirare.
Guido Oliva